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Asessualità: oltre l’invisibile

Dott.ssa Luana Gerola

Psicologa, Consulente Sessuale

Asessualità: oltre l’invisibile

Nella sigla LGBTQIA+ la lettera A è riferita alle persone asessuali, cioè coloro che non provano attrazione sessuale o la provano raramente. Secondo studi recenti, rientra in questa definizione una percentuale tra l’1 e il 6% della popolazione mondiale.

La sessualità sembra essere una parte imprescindibile della vita umana e rappresenta una dimensione complessa che coinvolge variabili biologiche, psicologiche, sociali e culturali.

Nella società contemporanea la sessualità assume una posizione centrale e di conseguenza, questo genera il rischio che le persone asessuali si possano sentire in difetto anche quando il rapporto con sé stessi non crea loro motivo di conflitto interiore. Nella comunità asessuale esistono numerose variabili soggettive nel modo di vivere bisogni e relazioni. Le persone asessuali possono innamorarsi, provare emozioni, coccolarsi e costruire legami anche con altre persone indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

L’attrazione che si manifesta può essere meramente di tipo romantico; viene cioè ricercata esclusivamente l’intimità emotiva all’interno di una relazione. Dai recenti studi di Anthony Bogaert si evince un’ulteriore distinzione; vi sono persone che si definiscono aromantiche, cioè che non provano attrazione romantica o la provano molto raramente e non sono alla ricerca di legami sentimentali.

Poiché siamo tutti diversi, molte persone asessuali non si identificano nella grande “etichetta” dell’asessualità e, per questo, si preferisce parlare di spettro dell’asessualità.

Possono esserci persone che si definiscono:

In diversi studi si è cercato di capire se l’asessualità potesse essere considerata un orientamento sessuale ma i risultati sono contrastanti e non vi è una risposta definitiva su come dare teoria al concetto. Non c’è una vera e propria classificazione scientifica, né un metodo scientifico che suggerisce “come riconoscere una persona asessuale” ma si può parlare di differenti caratteristiche soggettive, non facendo dell’asessualità una fonte di discriminazione.

Per molto tempo si è discusso se l’asessualità fosse da considerare un disturbo ma nel 2013, nell’ultimo manuale Diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali – il DSM-5 – sono state introdotte importanti novità riguardo alla classificazione dei disturbi sessuali.

In particolare il DSM-5 riconosce l’asessualità come una possibile condizione che non costituisce patologia. Questo è un grande passo avanti per la comunità asessuale, che finalmente ha ottenuto una legittimazione della propria identità e si è differenziata dai disturbi che interessano la sfera sessuale come il disordine ipoattivo del desiderio sessuale (HSDD).

Le definizioni sono dei contenitori che ci aiutano a chiarire le idee e rivendicare, per ciò a cui si riferiscono, una posizione nel mondo; ma poiché ogni essere umano è unico e irripetibile e la sessualità comprende un insieme di bisogni, desideri e di interessi diversi per ognuno, è opportuno iniziare a considerare la sexual fluidity, cioè la capacità di essere flessibili nell’identità sessuale.

L’asessualità rappresenta sicuramente una sfida importante rispetto alla concezione tradizionale del desiderio e della sessualità ed è fondamentale non patologizzare questa condizione.

Grazie alla diffusione dell’informazione e alla nascita di associazioni come l’Asexuality Visibility and Education Network (AVEN) – considerata la più grande e famosa comunità asessuale al mondo – si può sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere la discussione sull’asessualità.

Allo stesso tempo, tutto ciò favorisce l’inclusione di persone che si autoidentificano come asessuali.

Saper riconoscere l’asessualità come parte della complessa varietà della condizione umana è un passo importante per la costruzione di una società sempre più empatica ed inclusiva, profondamente  interessata alla persona, senza il tarlo di giudizi e pregiudizi.

BIBLIOGRAFIA:

SITOGRAFIA: