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“ Chi sono io “ – Identità di genere e disabilità

Caterina Amadori

Laurea in Psicologia – indirizzo Clinico e di Comunità -Educatore

“ Chi sono io “ – Identità di genere e disabilità

Definisco l’identità di genere con le parole della Dott.ssa M. Graglia: ”L’identità di genere, la percezione di essere donna, uomo o altro, è aspetto profondo dell’identità di ogni individuo in quanto tale determina come gli esseri umani percepiscono sé stessi e di conseguenza gli altri. Essendo parte fondamentale dell’identità che si forma fin dai primi anni di vita è strettamente legata, integrata con ciò che ciascuno di noi percepisce come “chi sono io”.
Di seguito, presento uno sguardo su come descrivono e spiegano INDENTITA’ DI GENERE un gruppo variegato di disabili.
Con il pretesto di descrivere un’immagine che viene presentata loro, raccolgo le diverse opinioni su identità maschile, femminile o altro.
Ho chiesto a soggetti affetti da disabilità cognitive e disturbi psichiatrici di descrivere cosa vedessero in questa immagine:

Mirella, 60 anni paziente psichiatrico, ha vissuto in strutture protette dalla maggiore età. Ha avuto qualche esperienza nel mondo del lavoro e ha frequentato per diverso tempo centri diurni dove si è relazionata con diversi tipi di disabilità cognitive, di varie età, con operatori, educatori infermieri e medici. Ragazza di bell’aspetto, seduttiva e socievole che alternava periodi di alterazioni psicotiche dove si chiudeva completamente al mondo e non si fidava di nessuno. Ora è una signora che ha raggiunto un suo equilibrio e le alterazioni di tipo psicotico sono di lieve entità. Ha una buona consapevolezza della realtà di se stessa e del mondo che la circonda. Le mostro l’immagine che lei descrive così:
“sono un uomo ed un donna, hanno i capelli diversi , i fianchi lei più pronunciati rispetto a lui e lui ha la muscolatura più grossa. Lui ha il pene lei la vagina e il seno. Io sono una donna anche se non bella e magra perché mi piace mangiare, con un carattere non tanto dolce e mi sono sempre piaciuti gli uomini. Sono una donna e per questo che mi piacciono gli uomini, però c’è libertà di scelta nelle preferenze e penso che fin da bambini si sa e si sente di avere preferenze e necessità diverse dalle mie. Purtroppo c’è razzismo e discriminazione nel mondo. Per me non è un problema se ad un uomo piacciono gli uomini ed ad una donna piacciono le donne e anche se un uomo decide di diventare donna”.
Parla di questi argomenti senza vergogna, dimostrando conoscenza dei termini e utilizzandoli nel modo adeguato e portando una sua propria opinione, un suo pensiero elaborato dentro di sé e nel tempo, concludendo che sentirsi uomo o donna viene da dentro indicando il suo petto con una mano.
Raccolgo altre quattro testimonianze da disabili con ritardo mentale di diversi livelli e successivi innesti di disturbi psichiatrici. Si notano delle differenze. I quattro non riescono o non vogliono nominare i genitali: nominare la vagina risulta più vergognoso del nominare il pene anche utilizzando dei nomignoli infantili, e in generale per rispetto ed educazione dicono che non si possono dire davanti a me in quanto termini vissuti come volgari e pari a parolacce. Per diverse volte durante il colloquio tre su quattro cambiano discorso, facendomi domande non attinenti l’argomento. Una signora invece ha fatto esempi tratti dalla sua vita per sottolineare ciò di cui stavamo chiacchierando (menomazione corporea dovuta a malattia, desiderio di essere nata uomo provato nel momento difficile e molto doloroso della prima mestruazione). A differenza di Mirella, gli altri quattro hanno legato l’identità alla biologia e all’orientamento sessuale (sono un uomo perché ho il pene e perché mi piacciono le donne). Da Tutti e quattro si evince come il loro pensiero sia un risultato di nozioni apprese, copiate da altri che derivano da consuetudini e sentito dire, per emulazione. In una dei pazienti, partendo da racconti ed esempi, siamo riusciti assieme a superare queste pre-definizioni e preconcetti che aveva imparato/copiato ed a esplicitare che non erano corretti e giusti per lei ( a primo impatto aveva detto che un uomo porta i pantaloni , la donna indossa le gonne; lei però non ha mai indossato una gonna da che ci conosciamo ed è riuscita a dire e dirsi che anche se indossa sempre i pantaloni, lei è una donna e che il concetto da lei detto prima era sbagliato e che l’abbigliamento non identifica l’uomo e la donna.
Restituendo le informazioni che ho raccolto possiamo dire che il livello cognitivo, il livello culturale che ne consegue, il livello di socializzazione e ancora più importanti le varie difese emotive che si alzano con questo argomento portano ad una incapacità importante di introspezione e bassa consapevolezza del proprio sentire. Risultano tanto radicati i pensieri appresi, copiati e ripetuti per abitudine, semplicità, convenienza. Penso però, che anche con la disabilità, una educazione sessuale di base può portare ad una migliore elaborazione del pensiero e del sentire su questi argomenti; può portare a galla ricordi, desideri e dubbi che a volte non sono in grado di esprimere. Solo con un colloquio ho raccolto informazioni,pensieri e sentimenti che in tanti anni di lavoro con loro non avevo mai colto e approfondito.

Bibliografia:

G. Rifelli – PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA DELLA SESSUALITA’, Scione Editore Roma
M. Graglia – LE DIFFERENZE DI SESSO, GENERE E ORIENTAMENTO – BUONE PRATICHE PER L’INCLUSIONE Carocci Faber
G. Castelli, P. Cereda, M.E. Crotti, A. Villa – EDUCARE ALLA SESSUALITA’- PERCORSI DI EDUCAZIONE ALLA VITA AFFETTIVA E SESSUALE PER PERSONE CON DISABILITA’ INTELLETTIVA FrancoAngeli

La Devianza “Contraffatta”

Teresa Isabel Romero Velasquez

Laurea Magistrale in Psicosessuologia Clinica

La Devianza “Contraffatta”

Le persone con disabilità intellettiva (DI) e/o autismo (DSA) che presentano comportamenti sessualmente problematici hanno gli stessi diritti di coloro senza una disabilità neurologica o cognitiva. Possono avere bisogni spesso più complessi, con maggiore necessità di supporto ed essere maggiormente a rischio sia di subire abusi che di commettere reati a sfondo sessuale. Quando questi comportamenti sessuali problematici incontrano il sistema giudiziario, avvocati, psicologi, e giudici coinvolti nei casi spesso valutano e condannano senza un’approfondita comprensione della DI o condizione autistica dell’accusato, o di come questa sia correlata alla condotta, o le probabilità di futuri reati.

E’ importante evidenziare che diversi fattori di rischio trovati nella letteratura scientifica sui sex offenders, sembrano di pari rilevanza anche per gli offenders con DI o DSA. Tali fattori potrebbero cadere negli ambiti dell’ interesse sessuale, distorsioni cognitive, funzionamento socio-affettivo e capacità auto regolativa. Ci sono evidenze di autori di reati a sfondo sessuale con DI che nonostante la loro disabilità, dimostrano eccellenti capacità sociali, comprensione delle tematiche sessuali e sono capaci di pianificare il loro comportamento offensivo con grande premeditazione.

Esistono anche tanti casi in cui non è possibile identificare impulsi parafilici dietro il comportamento del perpetratore con DI o DSA, oppure si dimostrano mancanti le capacità e intenzioni predatorie, criminali e manipolative. Questi reati potrebbero essere il risultato  di diversi fattori, come la scarsa conoscenza in ambito sessuale, alta ingenuità socio-sessuale e limitate opportunità per stabilire rapporti sessuali, piuttosto che una preferenza o inclinazione verso una sessualita inappropriata o fantasie parafiliche. Gli interventi in questi casi dovrebbero concentrarsi su questioni educative e sviluppo psicosessuale piuttosto che tararsi su una sessualità predatoria o criminale.

Rimane importante sottolineare  che non ci sono evidenze che indicano come una DI possa aumentare il rischio di commettere reati. Non ci sono studi che dimostrano che individui con DSA commettano più frequentemente abusi sessuali violenti, come aggressioni o stupri. Nonostante ciò, alcune ricerche hanno trovato rilevanti fattori di vulnerabilità innata che aumentano il rischio dei DSA di finire sotto accusa, come deficit nella teoria della mente e ingenuità sociale. Esempi di comportamenti sessuali problematici legati a questi fattori che potrebbero facilmente risultare in situazioni legalmente compromettenti sono: toccare/ baciare uno sconosciuto, denudarsi in pubblico o perseguire insistentemente (stalking) un interesse romantico.

Per individui con DI e/o DSA, la condotta sessuale scorretta può derivare da una mancanza strutturale di privacy, da una scelta inappropriata del partner, da un corteggiamento inappropriato, da una mancanza di conoscenze sessuali, sociali o di formazione morale, da una storia di apprendimento disadattivo, o da effetti medici o farmacologici. Per tali casi, è stata introdotta nel 1991 da Hingsburger, Griffiths e Quinsey la teoria della “devianza contraffatta”, al fine di valutare la natura di un reato sessuale commesso da una persona con disabilità intellettiva e differenziarlo clinicamente da un comportamento parafilico. Nel Manuale Diagnostico della Disabilità Intellettiva, pubblicato anch’esso dall’American Psychiatric Association (come il DSM-IV), in collaborazione con la National Association for the Dually Diagnosed, la devianza contraffatta è una diagnosi differenziale per la parafilia.

Mentre l’autismo non è classificato come una DI a causa della frequente presenza di un’intelligenza da media ad alta, esiste una sovrapposizione significativa tra casi di DI e DSA, in particolare rispetto ai deficit simili nelle funzioni adattive e nelle capacità di socializzazione (non escludendo la possibile comorbidità di DSA e DI). Questa sovrapposizione rende il concetto di ‘devianza contraffatta’ applicabile sia alla DI che ai DSA, poiché il QI non ha alcuna reale incidenza su varie difficoltà di adattamento sociale.

Nella teorizzazione iniziale relativa ai comportamenti sessuali inappropriati di individui con disabilità intellettiva, mascherati da parafilia, senza però le specifiche pulsioni sottostanti, sono state avanzate undici ipotesi volte a comprendere tanto l’individuo quanto il sistema in cui questo vive. Molte di queste ipotesi possono essere facilmente applicate anche ai DSA, ma è particolarmente rilevante sia per DI che per DSA l’ipotesi del vuoto morale. Questa prende in considerazione i valori diffusi nella società in materia di sessualità, e le esperienze di molte persone con disabilità intellettive e come potrebbero non aver acquisito dei riferimenti in base ai quali giudicare il proprio comportamento o quello degli altri. A volte le persone con disabilità intellettive, pur non essendo del tutto inconsapevoli riguardo al fatto che il loro comportamento sia inappropriato, non hanno interiorizzato quanto esso sia contrario alle convenzioni della società. Alcuni non hanno imparato né l’apprezzamento per l’autocontrollo riguardo al loro comportamento sessuale, né l’importanza di sviluppare relazioni appropriate in linea con i costumi sociali, indicando chiaramente la necessità di valutare la comprensione che l’individuo ha delle leggi e delle regole sociali.

L’introduzione della teoria della devianza contraffatta non è e non ha mai voluto essere un tentativo di spiegare tutti i comportamenti sessualmente offensivi delle persone con disabilità intellettive, o di asserire che le parafilie/comportamenti parafilici non possono verificarsi in popolazioni con disabilità intellettive o autismo, come chiarito dagli stessi autori del concetto in un articolo di rivisitazione del 2013. Tuttavia, non esiste alcuna variabile che possa rendere conto in toto di un comportamento sessuale inappropriato o offensivo. Una valutazione e una comprensione approfondita della gamma di eziologie e motivazioni primarie alla base dei comportamenti sessuali inappropriati commessi da persone con disabilità intellettive o autismo possono favorire lo sviluppo di metodi di prevenzione e trattamenti efficaci, mettendo in evidenza la necessità di un modello bio-psico-sociale per le persone con disabilità intellettive o autismo che commettono reati sessuali.

Bibliografia:

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Hingsburger, D., Griffiths, D., & Quinsey, V. (1991). Detecting counterfeit deviance: Differentiating sexual deviance from sexual inappropriateness. The Habilitative Mental Healthcare Newsletter, 10(9), 51-54.

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Loftin, R., Westphal, A., & Woodbury-Smith, M. (2021). Handbook of autism spectrum disorder and the law. F. R. Volkmar (Ed.). Springer International Publishing AG.

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Sevlever, M., Roth, M. E., & Gillis, J. M. (2013). Sexual abuse and offending in autism spectrum disorders. Sexuality and Disability, 31, 189-200.