Federico Di Stefano
Psicoterapeuta
Stereotipi ed identità di genere
Secondo la Costituzione dell’OMS, l’obiettivo dell’Organizzazione è “il raggiungimento, da parte
di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute”, definita come “uno stato di totale
benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente come “assenza di malattie o infermità”.
La possibilità, quindi, per ogni individuo di accedere a un percorso di cura che assicuri non solo la
gestione della patologia organica, ma anche il raggiungimento di un benessere più profondo,
dovrebbe diventare un obiettivo centrale di ogni organizzazione sanitaria.
Una delle variabili che più incidono nell’aumentare la compliance terapeutica tra sanitario e
paziente e quindi nel garantire un maggior benessere percepito, è la qualità della relazione
interpersonale instaurata tra degente e curante. Come in ogni relazione interpersonale, diverse
variabili influiscono nel favorire o, al contrario, nell’ostacolare l’instaurarsi di una buona relazione
terapeutica. Tali variabili riguardano entrambi gli attori in gioco e includono, a titolo
esemplificativo, stereotipi personali, bias cognitivi e appartenenza etnica. Il nostro scopo non è
tracciare un’analisi esaustiva dei fattori coinvolti, ma riflettere su come questa dinamica, già
delicata per sua natura, risulti ancora più complessa per chi appartiene ad un gruppo sociale
potenzialmente target di discriminazione.
La riflessione parte dalla necessità di individuare modalità efficaci per favorire uno schema
interpersonale in ambito sanitario (ma non solo) capace di promuovere una relazione incentrata
sulla persona e sui suoi bisogni, con particolare riferimento alle persone transgender e di sessualità
non conforme. Il primo assunto da cui partire è il bisogno universale di accesso alle cure, trasversale
a ogni individuo, contrapposto allo stigma di cui le persone transgender sono spesso oggetto,
potenzialmente anche da parte del personale sanitario. Diventa quindi essenziale aumentare la
conoscenza delle interrelazioni tra sesso, identità di genere, espressione di genere e orientamento
sessuale, contribuendo così a decostruire stereotipi che potrebbero ostacolare una corretta presa in
carico della persona transgender.
Il sesso biologico, ovvero la conformazione biologica del corpo, è definito dal patrimonio genetico,
dai cromosomi sessuali, dagli ormoni (assetto endocrino), caratteri sessuali primari (gonadi maschili
e femminili) e dai caratteri sessuali secondari (peli, mammelle, grasso sottocutaneo, timbro della
voce etc. etc.) (Avellino, Bourelly, Carbone e Valerio; 2024); può rientrare in tre categorie
principali: maschio (XY), femmina (XX) e intersessuale, ovvero individui con un corredo genetico
che si manifesta con caratteristiche fenotipiche non congruenti con esso. L’identità di genere è la
percezione continua e persistente di sé stessi come donna, uomo o, nel caso delle persone non
binarie, come una combinazione di queste due dimensioni. È importante ricordare che l’identità di
genere è una componente dell’identità sessuale distinta dal sesso biologico, dall’espressione di
genere e dall’orientamento sessuale (Graglia, 2019). L’espressione di genere si riferisce ai
comportamenti e alle manifestazioni con cui una persona esprime la propria appartenenza di genere,
che possono essere conformi o meno alle aspettative sociali. L’orientamento sessuale, invece,
riguarda l’attrazione sessuale e affettiva verso altri individui. Sesso, identità di genere, espressione
di genere e orientamento sessuale sono quindi componenti distinte ma interconnesse, vissute
idiosincramente da ogni individuo.
La maggior parte delle persone sperimenta una congruenza tra il sesso biologico e l’identità di
genere, facciamo quindi riferimento agli individui cisgender (dal latino “cis”, che significa “al di
qua”). Al contrario, le persone transgender vivono un’incongruenza tra il sesso assegnato alla
nascita e la propria identità di genere. Gli acronimi AFAB (“assigned female at birth”) e AMAB
(“assigned male at birth”) indicano rispettivamente individui assegnati femmine o maschi alla
nascita, che possono identificarsi nel sesso opposto o in identità non binarie.
Ogni persona transgender vive la propria identità di genere in modo unico. Nel caso di
un’identificazione binaria, si utilizzano i termini FtM (female to male) e MtF (male to female) per
indicare la transizione rispettivamente da femmina a maschio e da maschio a femmina. Tuttavia,
questa classificazione non sempre cattura la complessità dell’esperienza personale, poiché alcuni
individui non si riconoscono in una dicotomia rigida tra maschile e femminile.
È importante sottolineare che la disforia di genere è stata derubricata da disturbo mentale e
riclassificata come condizione associata alla salute sessuale. Il passaggio terminologico da “disturbo
dell’identità di genere” a “disforia di genere” riflette il riconoscimento che l’incongruenza tra sesso
assegnato alla nascita e identità di genere non è di per sé una patologia, ma diventa clinicamente
significativa nel momento in cui provoca sofferenza personale (Graglia, 2019). Spesso, questa
sofferenza è dovuta alla mancata accettazione da parte della società o a episodi di transfobia.
Secondo le ultime statistiche, tra lo 0,6% e l’1,2% della popolazione adulta e tra il 1,2% al 9% degli
adolescenti si identificano come transgender o sperimentano una diversità di genere rispetto a
quello biologico (Sandri et all, 2024). Risulta quindi sempre più urgente interrogarsi su quali
strumenti sociali e istituzionali possano essere adottati per garantire un accesso ai servizi inclusivo e
rispettoso, in grado di tutelare il diritto universale alla salute. Devono pertanto essere approfonditi e
applicati strumenti amministrativi in grado di superare lo stigma sociale legato alle persone trans e
favorire percorsi di presa in carico rispettosi. A titolo esemplificativo dovremmo interrogarci su
quale terminologia utilizzare, come gestire l’accettazione amministrativa etc etc per non contribuire
a costruire e perpetuare un clima respingente e discriminatore. In seconda battuta risulterebbe
necessario promuovere una profonda riflessione personale da parte di ogni sanitario per interrogarsi
sui propri vissuti interni messi a confronto con una nuova o più accurata conoscenza delle variabili
legate all’identità di genere: solo dalla conoscenza può nascere un miglior approccio inclusivo.
BIBLIOGRAFIA
– Pratica Sanitaria e Identità Transgender, M. Graglia, 2019; – Le differenze di sesso, genere e orientamento, M. Graglia, Carrocci Faber (Roma), 2019;
– L’incongruenza di genere in adoloscenza, M. Graglia, Carrocci Editore (Roma), 2024;
– L’incongruenza di genere e soggettività emergenti, A.Avellino, R. Bourelly, A. Carbone e P.Valerio,
– Identità Transgender, Rivista di Sessuologia, n.1 Gennaio Giugno 2024, Scione Editore (Roma);
– Le pratiche non mediche di affermazione di genere negli adolescenti: il binding ed il tucking, F.
Sandri, G.Bresciani, A. Roia, M. Carrozzi, P. Diana, B. Belluzzi, F. Corona, G. Tornese, Rivista di
Sessuologia, Identità Transgender, n.1 Gennaio Giugno 2024, Scione Editore (Roma)
SITOGRAFIA
Mattia Vada
Medico in formazione specialistica in Psichiatria & consulente sessuale
e se?
“Chi sono? Cosa sono?” Queste domande, tanto universali quanto universi di incertezze, sono quelle che ci accompagnano nei momenti cruciali della nostra vita. Diventano particolarmente significative se vengono poste all’interno dello sviluppo psicosessuale di una persona, in un processo chiamato “questioning identitario”. In un mondo che spesso ci chiede di appartenere a categorie fisse, definibili e monolitiche, questo processo è la massa in discussione di tutto ciò, in un climax di indecisione, confusione ed esplorazione riflessiva che conduce ad un cammino ricco di dubbi, emozioni ed esperienze.
Dati recenti rivelano che circa il 20-25% dei giovani adulti si identifica come non completamente eterosessuale, e una porzione significativa di questi vive un processo di questioning, esplorando il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Ma la domanda “Chi sono?” è solo il primo passo verso un mondo emotivamente turbolento. Questo cammino può essere costellato, tra le altre, di rabbia, vergogna, paura e disgusto, che emergono come reazioni al conflitto tra il desiderio di autenticità e il timore di perdere se stessi in un mondo eteronormativo e cis-normativo che rifiuta ogni forma di diversità.
Difatti, queste emozioni non sono frutto di una semplice incertezza interna, ma derivano principalmente da un contesto sociale che svaluta e stigmatizza l’orientamento sessuale non eterosessuale e le identità di genere non conformi. In particolare, possono essere lette come il frutto di quel grado di omonegatività interiorizzata che altro non è se non una risposta psicologica che va a rappresentare l’assorbimento e la riproduzione dei pregiudizi e delle discriminazioni esterne da parte dell’individuo, il quale finisce per considerare come “naturali” e giustificabili le stesse norme di esclusione e di giudizio che lo marginalizzano.
Lapalissiano, dunque, come questo possa influenzare la percezione di sé e inficiare la possibilità di vivere la propria identità in modo autentico.
La paura è forse tra le prime emozione che si manifesta in questo conflitto. La paura di affrontare il mondo con una verità personale che potrebbe essere rifiutata, la paura che la rivelazione della propria identità possa separare dalle persone care, dalla società, dalla propria concezione di sicurezza e di stabilità. La paura di non appartenere, di essere soli, di non essere compresi. La paura di essere abbandonati.
La rabbia nasce come reazione all’incomprensione e all’ingiustizia. La persona che si trova a dover negoziare la propria identità sessuale è spesso frustrata dal fatto che la società imponga etichette e aspettative rigide. La rabbia può emergere anche come risposta a un senso di impotenza nel non riuscire a cambiare le strutture oppressive che limitano l’autodeterminazione. Quando una persona non si sente libera di esplorare la propria identità, la rabbia si può trasformare in un motore di cambiamento o di resistenza. C’è dunque una rabbia contro l’intolleranza, ma anche contro la paura di essere giudicati e rifiutati per chi si è.
La vergogna segue, spesso, come una reazione profonda al non essere in grado di soddisfare le aspettative sociali. Essa si radica nella convinzione che ci sia qualcosa di sbagliato nell’essere se stessi, come se l’autenticità fosse una colpa e la conformità un dovere. Questo è il risultato diretto di una cultura che stigmatizza e nasce dal senso di non essere “abbastanza” o “giusti”, dal credere che qualcosa di essenziale in noi sia sbagliato. La vergogna si associa all’autosvalutazione e può diventare un ostacolo significativo al processo di accettazione di sé.
Infine, il disgusto è una risposta emotiva che spesso emerge nelle fasi iniziali. Chi si confronta con un’identità sessuale che non corrisponde alla norma sociale può provare una sensazione di repulsione verso la propria identità. Questo sentimento di disgusto si radica in una rappresentazione distorta di sé, che è il risultato della costante esposizione a narrazioni sociali e culturali che disapprovano ciò che è diverso. È un’emozione che può essere estremamente dolorosa e che, nel lungo periodo, mina la capacità di accettarsi accentuando il disprezzo verso sé, il senso di vergogna e corrodendo l’autostima.
Per comprendere ulteriormente queste emozioni, è fondamentale inserire questa esperienza all’interno del quadro teorico dell’intersezionalità e del minority stress. L’intersezionalità, come concetto elaborato da Crenshaw, ci aiuta a comprendere come le identità non siano mai uniche e semplici, ma piuttosto il risultato di una combinazione di fattori (come il sesso, la razza, la classe sociale, l’orientamento sessuale e l’identità di genere) che interagiscono in modi complessi. Una persona queer o non conforme al genere che vive in un contesto di oppressione, che può includere razzismo, classismo o abilismo, può vivere una forma di minority stress potenziato.
Il modello del Minority Stress, così come è stato elaborato da Meyer, descrive lo stress cronico e la pressione psicologica che le persone appartenenti a minoranze sociali sperimentano a causa della discriminazione, dello stigma e della marginalizzazione. Questo stress è costante e aumenta con il rischio di esperire pregiudizio, violenza o discriminazione quotidiana. Le persone che si trovano a dover navigare la propria identità sessuale o di genere in una società che le giudica come “altre” sono costantemente in bilico tra la ricerca di autenticità e la paura di esporsi a un trattamento negativo.
In un contesto intersezionale, il minority stress non solo riguarda la discriminazione diretta e aggressioni definite macro, ma anche le esperienze di esclusione, invisibilità e micro-aggressioni che una persona può vivere a causa della combinazione di molteplici aspetti della propria identità. Per esempio, una persona queer di colore o una donna trans che si confronta con la propria identità sessuale o di genere potrebbe sperimentare una forma di stress molto diversa rispetto a una persona queer cisgender bianca, a causa delle intersezioni tra razza, classe sociale e identità di genere.
Nel lavoro clinico, è fondamentale tenere in considerazione questa cornice socio-culturale quando si lavora con persone che attraversano la rinegoziazione della propria identità sessuale. Le emozioni di paura, rabbia, vergogna e disgusto non possono essere comprese come esperienze individuali isolate, ma devono essere contestualizzate nel contesto di una società etero-normativa e cis-normativa che produce e alimenta lo stigma. La comprensione delle dinamiche di omonegatività interiorizzata, unita alla consapevolezza delle teorie dell’intersezionalità e del minority stress, offre una lente attraverso cui possiamo comprendere il dolore e le difficoltà che una persona può vivere nel processo di esplorazione della propria identità.
Come clinici, il nostro compito è dunque quello di lavorare insieme alla persona per decostruire questi stili di pensiero e contestualizzare queste emozioni, promuovendo l’autocomprensione e l’accettazione di sé; solo così possiamo aiutarla a rinegoziare e liberare la sua identità da un peso di stigma e di marginalizzazione, permettendole di vivere una vita più autentica e libera.
“La storia della mia persona
È la storia di una grande paura
Di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria
nella sottomissione tutto.
(…)
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.”
Piera Oppezzo, 1976
Bibliografia
• IPSOS. IPSOS LGBT+ PRIDE report 2024. 2024.
• Graglia, Margherita. Omofobia, strumenti di analisi e di intervento. s.l. : Carocci, 2012.
• Liccione, Davide. Identità e orientamenti sessuali. Torino : Bollati Boringhieri, 2023.
• Oppezzo, Piera. Una lucida disperazione. Novara : Interlinea, 2016.
Dott.ssa Tabatha Petrillo
Medico specializzando in ginecologia
Identità sessuale nelle persone affette da disordini del differenziamento sessuale (DSD)
Che cos’è il sesso di una persona? Esiste una definizione in cui racchiudere tutti gli aspetti psico-somatici e sociali di un individuo? La risposta a queste domande è complessa, soprattutto quando si parla di persone con DSD.
I Disordini del Differenziamento Sessuale (DSD), altrimenti noti come intersessualità, sono un gruppo di condizioni congenite in cui è presente uno sviluppo atipico o discordante tra il sesso cromosomico, gonadico e anatomico. L’ incidenza delle DSD è stimata in 1 caso su 4500 nati (1). Nello specifico, il sesso cromosomico o genetico origina dalla combinazione dei cromosomi sessuali derivati dall’unione dei gameti materni e paterni, con possibile cariotipo femminile normale 46 XX o cariotipo maschile normale 46 XY. Il sesso gonadico è dato dal differenziamento delle gonadi, a partire da cellule primordiali capaci di svilupparsi in senso maschile o femminile, in testicoli o ovaie. Il sesso anatomico è definito dallo sviluppo degli organi genitali interni ed esterni, mentre per sesso fenotipico intendiamo i caratteri sessuali secondari, tra cui la distribuzione dei peli, lo sviluppo mammario e della massa muscolare. L’identità di genere, infine, rappresenta il senso di appartenenza di una persona al genere maschile, femminile o non binario, con il quale la persona si identifica. Non ha quindi a che fare né con l’identità sessuale biologica, né con l’orientamento sessuale.
All’interno dell’ampio universo dei DSD, troviamo svariati quadri clinici, tra cui la nota Sindrome di Morris, in cui individui con cariotipo maschile 46 XY hanno un fenotipo femminile con sviluppo mammario, ridotta peluria e presenza di testicoli ritenuti, la cui diagnosi spesso avviene in età post-puberale per amenorrea primaria; o la Sindrome di Swyer, in cui sono presenti organi genitali interni ed esterni femminili in bambine prepuberi con cariotipo 46XY e gonadi fibrose non funzionanti. In altri casi, individui con cariotipo maschile 46 XY presentano femminilizzazione dei genitali esterni dovuti a deficit enzimatici coinvolti nella produzione di androgeni, o al contrario persone con cariotipo femminile 46 XX presentano virilizzazione per eccesso di ormoni maschili (Pseudoermafroditismo Femminile). Infine, nominiamo la più unica che rara condizione di Ermafroditismo Vero, o Ovotestis, in cui sono presenti contemporaneamente elementi ovarici e testicolari in un solo individuo, per traslocazioni dei cromosomi sessuali o mutazioni dei geni coinvolti nel differenziamento sessuale.
Alcuni neonati affetti da DSD nascono con genitali esterni ambigui, non permettendo un’immediata attribuzione del genere alla nascita. Un aspetto cruciale di questo periodo di attesa degli esiti delle complesse analisi necessarie alla diagnosi e per la formulazione del percorso terapeutico è l’ansia dei care giver che accompagna l’incertezza riguardo il genere con cui crescere il neonato, arrivando a dover posticipare l’attribuzione di un nome o il tradizionale annuncio del genere del bambino a famiglia ed amici. È fondamentale in questo momento il supporto alla famiglia, tramite la presa in carico presso centri con team multidisciplinari specializzati in DSD, l’informazione, e i gruppi di supporto dedicati online.
Lo sviluppo psicosociale dell’individuo con DSD è influenzato da numerosi fattori, tra cui la componente genetica, l’esposizione prenatale agli androgeni, i fattori socioculturali e le dinamiche famigliari. Nonostante sia dibattuto se l’identità di genere possa essere innata o conseguenza del genere con cui si viene cresciuti, in molte società è fondamentale che la famiglia scelga il sesso con cui allevare il neonato, pur tenendo presente che il bambino potrà determinare ed, eventualmente, mutare la propria espressione di genere con l’età.
Alle famiglie viene suggerito di attendere ad annunciare il sesso di nascita del neonato finché non si possiedono più informazioni riguardo la causa dei genitali atipici, in quanto alcuni DSD sono associati in modo prevalente a determinate identità di genere (2). Altri fattori da valutare sono il potenziale di fertilità, il grado di virilizzazione (che esprime l’esposizione prenatale agli androgeni) e le preferenze e aspettative della famiglia, che possono influenzare il background socioculturale dell’individuo.
Una volta stabilito il genere con cui allevare il bambino, egli verrà cresciuto secondo il sesso definito. È tuttavia fondamentale incoraggiare la famiglia a comprendere ed accettare l’eventuale cambio di direzione su una differente identità di genere, quando egli avrà una maggiore comprensione della propria condizione. Dovrebbe sempre essere facilitata la partecipazione del bambino in ogni processo decisionale, per quanto possibile per età.
In alcune DSD sarà necessario mettere in atto terapie ormonali sostitutive e interventi ricostruttivi sui genitali, o chirurgia finalizzata a prevenire/trattare l’insorgenza delle neoplasie correlate alla condizione (3). In molte condizioni con DSD sarà necessario ricorrere alla procreazione medicalmente assistita in caso di desiderio di prole.
Sia per il bambino che per i genitori, è fondamentale il follow-up a lungo termine con specialisti della salute mentale con esperienza in questo settore. La consulenza dovrebbe svolgersi alla nascita, dopo i due anni di età, all’ingresso a scuola, durante i cambiamenti puberali e almeno una volta all’anno durante l’adolescenza (4). Il genere psicologico deve essere monitorato da professionisti qualificati durante le varie fasi della vita in modo che, se l’identità di genere del paziente non fosse coerente con il genere con cui è stato cresciuto, il paziente possa ricevere pieno supporto psicologico, medico e chirurgico.
Bibliografia:
1. Hughes IA, Houk C, Ahmed SF, Lee PA, LWPES Consensus Group, ESPE Consensus Group. Consensus statement on management of intersex disorders. Arch Dis Child. 2006 Jul;91(7):554–63.
2. Wisniewski AB, Batista RL, Costa EMF, Finlayson C, Sircili MHP, Dénes FT, et al. Management of 46,XY Differences/Disorders of Sex Development (DSD) Throughout Life. Endocr Rev. 2019 Dec 1;40(6):1547–72.
3. Lee PA, Houk CP, Ahmed SF, Hughes IA, International Consensus Conference on Intersex organized by the Lawson Wilkins Pediatric Endocrine Society and the European Society for Paediatric Endocrinology. Consensus statement on management of intersex disorders. International Consensus Conference on Intersex. Pediatrics. 2006 Aug;118(2):e488-500.
4. Diamond M, Sigmundson HK. Management of intersexuality. Guidelines for dealing with persons with ambiguous genitalia. Arch Pediatr Adolesc Med. 1997 Oct;151(10):1046–50.