Mattia Vada
Medico in formazione specialistica in Psichiatria & consulente sessuale
e se?
“Chi sono? Cosa sono?” Queste domande, tanto universali quanto universi di incertezze, sono quelle che ci accompagnano nei momenti cruciali della nostra vita. Diventano particolarmente significative se vengono poste all’interno dello sviluppo psicosessuale di una persona, in un processo chiamato “questioning identitario”. In un mondo che spesso ci chiede di appartenere a categorie fisse, definibili e monolitiche, questo processo è la massa in discussione di tutto ciò, in un climax di indecisione, confusione ed esplorazione riflessiva che conduce ad un cammino ricco di dubbi, emozioni ed esperienze.
Dati recenti rivelano che circa il 20-25% dei giovani adulti si identifica come non completamente eterosessuale, e una porzione significativa di questi vive un processo di questioning, esplorando il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Ma la domanda “Chi sono?” è solo il primo passo verso un mondo emotivamente turbolento. Questo cammino può essere costellato, tra le altre, di rabbia, vergogna, paura e disgusto, che emergono come reazioni al conflitto tra il desiderio di autenticità e il timore di perdere se stessi in un mondo eteronormativo e cis-normativo che rifiuta ogni forma di diversità.
Difatti, queste emozioni non sono frutto di una semplice incertezza interna, ma derivano principalmente da un contesto sociale che svaluta e stigmatizza l’orientamento sessuale non eterosessuale e le identità di genere non conformi. In particolare, possono essere lette come il frutto di quel grado di omonegatività interiorizzata che altro non è se non una risposta psicologica che va a rappresentare l’assorbimento e la riproduzione dei pregiudizi e delle discriminazioni esterne da parte dell’individuo, il quale finisce per considerare come “naturali” e giustificabili le stesse norme di esclusione e di giudizio che lo marginalizzano.
Lapalissiano, dunque, come questo possa influenzare la percezione di sé e inficiare la possibilità di vivere la propria identità in modo autentico.
La paura è forse tra le prime emozione che si manifesta in questo conflitto. La paura di affrontare il mondo con una verità personale che potrebbe essere rifiutata, la paura che la rivelazione della propria identità possa separare dalle persone care, dalla società, dalla propria concezione di sicurezza e di stabilità. La paura di non appartenere, di essere soli, di non essere compresi. La paura di essere abbandonati.
La rabbia nasce come reazione all’incomprensione e all’ingiustizia. La persona che si trova a dover negoziare la propria identità sessuale è spesso frustrata dal fatto che la società imponga etichette e aspettative rigide. La rabbia può emergere anche come risposta a un senso di impotenza nel non riuscire a cambiare le strutture oppressive che limitano l’autodeterminazione. Quando una persona non si sente libera di esplorare la propria identità, la rabbia si può trasformare in un motore di cambiamento o di resistenza. C’è dunque una rabbia contro l’intolleranza, ma anche contro la paura di essere giudicati e rifiutati per chi si è.
La vergogna segue, spesso, come una reazione profonda al non essere in grado di soddisfare le aspettative sociali. Essa si radica nella convinzione che ci sia qualcosa di sbagliato nell’essere se stessi, come se l’autenticità fosse una colpa e la conformità un dovere. Questo è il risultato diretto di una cultura che stigmatizza e nasce dal senso di non essere “abbastanza” o “giusti”, dal credere che qualcosa di essenziale in noi sia sbagliato. La vergogna si associa all’autosvalutazione e può diventare un ostacolo significativo al processo di accettazione di sé.
Infine, il disgusto è una risposta emotiva che spesso emerge nelle fasi iniziali. Chi si confronta con un’identità sessuale che non corrisponde alla norma sociale può provare una sensazione di repulsione verso la propria identità. Questo sentimento di disgusto si radica in una rappresentazione distorta di sé, che è il risultato della costante esposizione a narrazioni sociali e culturali che disapprovano ciò che è diverso. È un’emozione che può essere estremamente dolorosa e che, nel lungo periodo, mina la capacità di accettarsi accentuando il disprezzo verso sé, il senso di vergogna e corrodendo l’autostima.
Per comprendere ulteriormente queste emozioni, è fondamentale inserire questa esperienza all’interno del quadro teorico dell’intersezionalità e del minority stress. L’intersezionalità, come concetto elaborato da Crenshaw, ci aiuta a comprendere come le identità non siano mai uniche e semplici, ma piuttosto il risultato di una combinazione di fattori (come il sesso, la razza, la classe sociale, l’orientamento sessuale e l’identità di genere) che interagiscono in modi complessi. Una persona queer o non conforme al genere che vive in un contesto di oppressione, che può includere razzismo, classismo o abilismo, può vivere una forma di minority stress potenziato.
Il modello del Minority Stress, così come è stato elaborato da Meyer, descrive lo stress cronico e la pressione psicologica che le persone appartenenti a minoranze sociali sperimentano a causa della discriminazione, dello stigma e della marginalizzazione. Questo stress è costante e aumenta con il rischio di esperire pregiudizio, violenza o discriminazione quotidiana. Le persone che si trovano a dover navigare la propria identità sessuale o di genere in una società che le giudica come “altre” sono costantemente in bilico tra la ricerca di autenticità e la paura di esporsi a un trattamento negativo.
In un contesto intersezionale, il minority stress non solo riguarda la discriminazione diretta e aggressioni definite macro, ma anche le esperienze di esclusione, invisibilità e micro-aggressioni che una persona può vivere a causa della combinazione di molteplici aspetti della propria identità. Per esempio, una persona queer di colore o una donna trans che si confronta con la propria identità sessuale o di genere potrebbe sperimentare una forma di stress molto diversa rispetto a una persona queer cisgender bianca, a causa delle intersezioni tra razza, classe sociale e identità di genere.
Nel lavoro clinico, è fondamentale tenere in considerazione questa cornice socio-culturale quando si lavora con persone che attraversano la rinegoziazione della propria identità sessuale. Le emozioni di paura, rabbia, vergogna e disgusto non possono essere comprese come esperienze individuali isolate, ma devono essere contestualizzate nel contesto di una società etero-normativa e cis-normativa che produce e alimenta lo stigma. La comprensione delle dinamiche di omonegatività interiorizzata, unita alla consapevolezza delle teorie dell’intersezionalità e del minority stress, offre una lente attraverso cui possiamo comprendere il dolore e le difficoltà che una persona può vivere nel processo di esplorazione della propria identità.
Come clinici, il nostro compito è dunque quello di lavorare insieme alla persona per decostruire questi stili di pensiero e contestualizzare queste emozioni, promuovendo l’autocomprensione e l’accettazione di sé; solo così possiamo aiutarla a rinegoziare e liberare la sua identità da un peso di stigma e di marginalizzazione, permettendole di vivere una vita più autentica e libera.
“La storia della mia persona
È la storia di una grande paura
Di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria
nella sottomissione tutto.
(…)
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.”
Piera Oppezzo, 1976
Bibliografia
• IPSOS. IPSOS LGBT+ PRIDE report 2024. 2024.
• Graglia, Margherita. Omofobia, strumenti di analisi e di intervento. s.l. : Carocci, 2012.
• Liccione, Davide. Identità e orientamenti sessuali. Torino : Bollati Boringhieri, 2023.
• Oppezzo, Piera. Una lucida disperazione. Novara : Interlinea, 2016.
Cristina Audino
Psicologa
Orgasm Gap
La sessualità è un aspetto centrale della vita di molti individui e comprenderne il funzionamento in uomini e donne è di interesse per diversi studiosi. Un aspetto importante su cui soffermarsi è il piacere provocato e ricevuto durante l’intimità con un’altra persona. L’orgasmo viene considerato come picco massimo di piacere e qualora questo sia l’obiettivo del rapporto sessuale si evincono alcune differenze tra uomini e donne ma soprattutto emerge l’influenza di diversi fattori nella frequenza con cui si fa esperienza dell’orgasmo.
L’orgasmo è una delle fasi che caratterizzano la risposta sessuale fisiologica del soggetto ed è caratterizzato da contrazioni muscolari dell’area genitale che generano un rilascio della tensione sessuale e l’esperienza di sensazioni piacevoli, che risultano essere estremamente soggettive (Master e Johnson, 1966). Master e Johnson, nel loro studio riportano diversi modelli in cui sottolineano la variabilità tra individui dello stesso sesso e indicano una differenza sostanziale tra la risposta femminile e maschile. Questa diversità può essere influenzata dalla tipologia e dall’intensità di stimolazione che portano all’orgasmo. Infatti, non sempre, per le donne, una stimolazione appropriata porta all’orgasmo e molte donne che non lo sperimentano riportano di provare sentimenti negativi, come, ad esempio, inadeguatezza e fallimento (Wade et al., 2005). Inoltre, la capacità percepita dalla donna di raggiungere l’orgasmo è un prerequisito per sentirsi complessivamente soddisfatta (Fugl-Meyer et al, 2006).
In letteratura la discrepanza dell’esperienza dell’orgasmo tra uomini e donne prende il nome di “orgasm gap”. Frederick e colleghi (2017), hanno condotto uno studio in cui emerge che tale discrepanza dipende anche dall’orientamento sessuale. Nel loro studio riportano che il 95% degli uomini eterosessuali, 89% degli uomini gay, l’88% degli uomini bisessuali, l’86% di donne lesbiche, il 66% di donne bisessuali e infine il 65% di donne eterosessuali hanno dichiarato di raggiungere sempre l’orgasmo. In sintesi, gli uomini eterosessuali hanno riferito di avere orgasmi più frequenti rispetto alle donne lesbiche che a loro volta riferiscono di raggiungere l’orgasmo più frequentemente delle donne eterosessuali. Le donne che hanno raggiunto l’orgasmo più frequentemente riportano di aver ricevuto più sesso orale, di aver fatto sesso per più tempo e di essere soddisfatte dal punto di vista relazionale. Oltre a questo, riportano anche di chiedere più liberamente ciò che desiderano nel rapporto sessuale, di apprezzare il/la partner per qualcosa che ha fatto a letto, di fare sexting con il/la partner, di indossare lingerie sexy, di provare nuove posizioni sessuali, di stimolare la zona anale, di parlare o mettere in pratica fantasie sessuali e di impegnarsi in discorsi sexy ed espressioni di amore durante il sesso. Un altro aspetto importante è valutare l’impatto dei fattori socioculturali. È possibile che lo stigma contro la libera espressione del proprio desiderio sessuale da parte delle donne e la pressione per il ruolo attivo che devono assumere gli uomini durante il rapporto sessuale porti le coppie eterosessuali a mettere in atto meno comportamenti sessuali che hanno maggiore probabilità di suscitare l’orgasmo nelle donne. Inoltre, questo stigma può far si che le donne esplorino meno la propria sessualità, conoscano meno il loro corpo e che non sappiamo che cosa le porta all’orgasmo e che abbiano una maggiore difficoltà ad esprimere le proprie preferenze sessuali (Frederick et al., 2017). Lo stigma nei confronti del piacere femminile ha portato a far si che alcune persone diano più importanza all’orgasmo maschile rispetto che a quello femminile (Fahs e Frank, 2014), anche se per molti uomini la soddisfazione deriva anche dall’orgasmo di cui fa esperienza la partner. Nelle coppie lesbiche è possibile che ci sia uno stigma minore e che siano più capaci di capire meglio quale sensazione deriva dai diversi comportamenti e come queste sensazioni portino all’orgasmo. Inoltre, le donne lesbiche praticano più sesso orale, mettono in atto maggiore varietà sessuale e comunicazione, ponendo meno attenzione al sesso vaginale per il raggiungimento dell’orgasmo. Infine, è anche possibile che dentro al rapporto le donne lesbiche adottino norme sessuali per l’equità nel raggiungimento dell’orgasmo e che sia compresa la cultura del “turno” in cui sono più propense a generare e ricevere piacere a turno finché non c’è l’orgasmo (Frederick et al., 2017).
Questo ragionamento porta a pensare che l’assenza dell’esperienza orgasmica non sia associata a fattori organici e che donne eterosessuali possano fare esperienza di orgasmi più frequentemente. Riducendo i fattori socioculturali che possono impattare e incoraggiando uomini e donne ad assumere comportamenti sessuali più vari è possibile che ci sia un incremento della frequenza degli orgasmi in donne eterosessuali e quindi una maggiore soddisfazione, laddove ovviamente l’orgasmo sia il risultato desiderato.
Bibliografia:
Fahs, B., & Frank, E. (2014). Notes from the back room: Gender, power, and (in)visibility in women’s experiences of masturbation. Journal of Sex Research, 51, 241–252. doi:10.1080/00224499.2012.745474
Frederick DA, John HKS, Garcia JR, Lloyd EA. Differences in Orgasm Frequency Among Gay, Lesbian, Bisexual, and Heterosexual Men and Women in a U.S. National Sample. Arch Sex Behav. 2018 Jan;47(1):273-288. doi: 10.1007/s10508-017-0939-z. Epub 2017 Feb 17. PMID: 28213723
Fugl-Meyer, K.S., Oberg, K., Lundberg, P.O., Lewin, B., & Fugl-Meyer, A. (2006). Onorgasm, sexual techniques and erotic perceptions in 18- to 74-year-old Swedish women. Journal of Sexual Medicine, 3, 56–68. doi: 10.1111/j.1743-6109.2005.00170.x
Masters, W., & Johnson, V. (1966). Human sexual response. Boston: Little, Brown & Co.
Wade, L.D., Kremer, E.C., & Brown, J. (2005). The incidental orgasm: The presence of clitoral knowledge and the absence of orgasm for women. Women Health, 42, 117–138. doi: 10.1300/J013v42n01_07