CIS

“L’abuso sessuale: in comunità e in stanza di terapia.”

Cinzia Favini

Psicologa, psicoterapeuta, consulente sessuale

“L’abuso sessuale: in comunità e in stanza di terapia.”

Lo scorso anno mi è stata richiesta una supervisione da parte di una comunità di minori riguardo alcuni ragazzi ospiti che avevano subito un abuso sessuale intrafamiliare e che ha fatto emergere molte domande negli educatori sulla sessualità e la violenza. Quali sono le giuste parole da utilizzare? Quale lo spazio di confronto relazionale da lasciare agli adolescenti di sperimentazione all’interno della comunità? Lo spazio è lo stesso per quei minori che hanno subito una violenza sessuale?


Vorrei parlare di come le/gli adolescenti possono essere accompagnati nell’affrontare un abuso sessuale, sia da parte di educatori e educatrici di una comunità, sia da parte di una psicoterapeuta.
Definiamo l’abuso sessuale riprendendo le parole del Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) nella loro “Dichiarazione di consenso in tema di abuso” del 1994: abuso sessuale è il coinvolgimento, intenzionale e interpersonale, di un minore in esperienze sessuali forzate o comunque inappropriate dal punto di vista dello stadio di sviluppo; tali esperienze possono non comportare violenza esplicita o lesioni; possono avvenire senza contatto fisico e/o essere vissute come osservatori; è un fenomeno diffuso; si configura sempre e comunque come un attacco confusivo e destabilizzante alla personalità del minore e al suo percorso evolutivo e può produrre DSPT (Disturbo da Stress Post Traumatico), acuto e/o cronico, anche con espressione ritardata e persistente in età adulta.
Esistono dei fattori che possono influire sulla gestione della situazione traumatica: i fattori di rischio coinvolgono le condizioni personali e ambientali precedenti l’evento, le caratteristiche dell’evento come frequenza, precocità, durata, gravità degli atti sessuali, la relazione con l’abusante, il coping inefficace e le riattivazioni traumatiche successive all’abuso.
I fattori protettivi riguardano le risorse individuali, le risorse dell’ambiente e gli interventi attivati nell’ambito psicosociale, sanitario e giudiziario.


Come si fa a liberarsi dell’abuso senza perdere l’abusante?
Questa domanda ci porta a immaginare i vissuti dei ragazzi che hanno sperimentato da piccoli una situazione di inganno e di trappola, di segreti e possibili tradimenti, di impotenza e isolamento, di forte colpevolizzazione. La responsabilità della violenza viene molte volte imputata ai bambini creando quindi paura per le conseguenze della rivelazione.
I bambini che hanno subito un abuso sessuale si sentono solitamente indegni, disgustosi, sporchi, senza valore e nel caso gli abusanti siano fratelli o padri, possono sviluppare il timore di diventare come “loro”.
Nello svelamento dell’abuso subito, dobbiamo tenere in considerazione che le conoscenze sessuali improprie e i comportamenti sessualizzati dei ragazzi sono dei segnali ed esigono un approfondimento e che la rivelazione è un processo e passa per fasi che possono non risultare lineari e logiche. In una prima fase è necessario creare uno spazio di ascolto attivo, profondo e non giudicante che eviti la vittimizzazione secondaria, ossia la risposta di individui e istituzioni che consiste nel far rivivere le condizioni di sofferenza a cui è stata sottoposta la persona vittima di un reato.


Seguiamo le parole di Bessel Van Der Kolk “La relazione che ha causato tanto danno e tanto dolore è anche la condizione necessaria agli esseri umani – per loro stessa natura – per poter guarire.”
Sia gli educatori della comunità, sia una psicoterapeuta possono far vivere l’esperienza di una relazione positiva e quindi riparatrice. La comunità dove il ragazzo vive può essere in primis quel luogo sicuro, protettivo dove poter raccontare la violenza subita senza ripercussioni e successivamente quel luogo dove costruire un’esperienza sociale fatta di buone relazioni, grazie alle quali poter nuovamente tornare a fidarsi degli adulti. Le educatrici della comunità hanno inoltre l’importante compito di monitorare le eventuali riattivazioni del trauma e far emergere delle strategie per contenere il passaggio all’atto di possibili pensieri sessuali. Questa costruzione di “piani di sicurezza” permette al ragazzo o alla ragazza di non mettere in atto comportamenti sessualizzati che farebbero affiorare le emozioni o sensazioni invalidanti del momento passato vissuto. La comunità educativa ha in questo caso la funzione di inibitore esterno, rilevando disagi nelle relazioni con il mondo esterno al ragazzo e sostenendolo nello sviluppo di buone competenze sociali.
Un altro lavoro importante della comunità sarà quello di aiutarlo nella ricostruzione di una buona immagine di sé, compito da svolgere nella quotidianità, per arrivare al faticoso obiettivo di riconoscersi un valore.
Un percorso di psicoterapia accompagna la rielaborazione del trauma, permettendo una integrazione dei vissuti e l’eliminazione di cognizione negative. In una stanza di terapia, i ragazzi che hanno vissuto un abuso sessuale possono tramite la relazione sperimentare uno spazio dove identificare e esprimere le emozioni, collegarle con le esperienze vissute e capire come gestire la rabbia e l’ansia che possono affiorare. Fondamentale è una psicoeducazione riguardo i contatti appropriati e non (anche nelle diverse zone del corpo) e la ricerca di definizione di spazio personale e strategie di sicurezza.
Gli abusi sessuali lasciano una traccia, sporcano, toccano il senso di identità. Rispettare i propri tempi di cura e darsi lo spazio per una rielaborazione con professionisti, permette di lasciare le emozioni faticose nel passato e la possibilità di aprirsi ad un futuro differente, dove poter essere sopravvissuti e non vittime.


Bibliografia:
Marinella Malacrea “Curare i bambini abusati” Raffaello Cortina Editore (2018)
Roberta Luperti, Caterina Grappolini “Violenza assistita, separazioni traumatiche, maltrattamenti multipli” Erickson (2017)
Bessel Van der Kolk “Il corpo accusa il colpo” Raffaello Cortina Editore (2015)
Luigi Cancrini “La cura delle infanzie infelici” Raffaello Cortina Editore (2013)


Siti utili:
Cismai.it
Bambiniintrappola.it

Ricette d’ascolto

Silvia Soverchia

Educatrice

Ricette d’ascolto

Tagliare la cipolla a fettine sottilissime

Lasciarle ammorbidire in acqua calda e aceto per mezz’ora.

Scolare le cipolle e lasciarle riposare su della carta assorbente.

Pelare i pomodori.

Tritare il chile e mescolare il tutto.

Condire con sale pepe e olio.

Decorare, se si vuole, con il prezzemolo.

Godere.

“Afrodita” Isabelle A.

Ho voluto iniziare il mio articolo proponendo una ricetta afrodisiaca cilena in onore della illustre scrittrice Isabelle Allende, che lei stessa ha rilegato in un suo ricettario di formule afrodisiache dedicato agli amanti di tutto il mondo senza distinzioni geografiche. Il libro contiene divulgazioni erotiche per “amanti che giocano, uomini spaventati e donne malinconiche”[1].

Qui mi focalizzo sugli “amanti che giocano”, intesi come coppia adulta che attraversa le varie fasi storiche ed evolutive della relazione: da quella dell’incontro, alla fase della convivenza, alla generatività[2], fino alla vecchiaia; tali per cui una relazione evolve in un arco temporale in cui si affrontano crisi, cambiamenti, modifiche e a volte rotture.

La coppia può trovarsi di fronte a stress prevedibili e imprevedibili che necessitano una rimodellazione e una mediazione fra i nuovi e vecchi bisogni. Comunemente le coppie che arrivano in consulenza sessuologica sono nate da un incontro e un allineamento armonioso che però, per diverse cause che si andranno ad elaborare, attraversano un momento di turbamento portato in terapia da chi dei due soffre maggiormente il disagio.

In primo luogo, la salute sessuale individuale e di coppia non deve essere pensata attraverso il concetto di “normalità” e “normatività”, ma intesa come condizione di benessere[3] .

“La normalità esiste ma a noi non interessa” è stato lo slogan che ha accompagnato questo percorso di Cis 2022\2024, che spiega quanto in consulenza le persone portino problematicità legate a stati ansiosi che le portano a non vivere serenamente l’intimità.

Le trasformazioni della società odierna nei valori che la percorrono e nei ruoli da vestire stanno incidendo anche il vivere la sessualità, che spesso viene consumata in modo frettoloso, standardizzato da un immaginario collettivo e dal raggiungimento dell’orgasmo come unico obiettivo. Immagine di un orgasmo influenzato dai video pornografici da sempre improntati su una prestazione virile per il maschio con un “fallo infallibile” e un orgasmo assicurato per la donna, contribuendo a promulgare false conoscenze e falsi miti.

Il modello di “maschio super dotato” è stato finora termine di paragone e di confronto per gli uomini e aspirazione per le donne. Tali convinzioni hanno creato delle insicurezze e vissuti di inadeguatezza che hanno portato singoli e coppie a esperienze di impotenza.

L’impotenza non coincide con una reale disfunzione sessuale[4]: è importante cogliere il disagio di chi porta tale difficoltà in una visione totalizzante per la persona, in quanto è così che essa si sente. Il sintomo che equivale alla malattia: “dottore non mi sento più un uomo\ non mi sento più donna”. Distinguendo le impotenze maschili e le impotenze femminili si sottolinea che solo negli ultimi anni si da attenzione anche al piacere femminile, criterio fondamentale in un’analisi della vita psico-affettivo-sessuale della donna, non più vista soltanto nella sua natura procreativa. L’impotenza indica il vissuto della persona e come si sente: impotente verso un disagio così grande da rendere debole, inerme e atterrato\a la persona stessa.

Il consulente sessuale va a lavorare sulla salute sessuale dei propri pazienti, non sulla normalità (o no) della condotta, senza contare che la normalità è culturale e cioè rispecchia il momento e la cultura in cui si vive. Stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti e di rottura del modello androcentrico e questo tocca anche la sessualità e nello specifico l’atto sessuale: non più visto come atto diretto in primis alla procreazione, ma alla scoperta di se stessi e dell’altro in uno scambio reciproco di piaceri. Le relazioni sessuali maschili, femminili e di coppia sono molto complesse e influenzate oggi da molteplici fattori.

La normalità funzionale nell’ambito della sessualità non è più data dall’oggetto del desiderio ma dal sentire delle persona: ritagliare del tempo per ascoltare il nostro sentire in una data situazione o con una specifica persona può far emergere dubbi e domande che possono salvarci, o semplicemente ci possono spingere a chiedere aiuto.

Bibliografia:


[1]“Afrodita” di Isabelle Allende. Introduzione

[2]“Coppie oggi- intimità, distanza, complessità” Rivista di sessuologia a cura di Florini e Rifelli. pag. 35

[3]“Psicologia e psicopatologia della sessualità” di Giorgio Rifelli. Pag. 127

[4]“Impotenza maschile, femminile e di coppia” Giorgio Rifelli e Gabriella Rifelli. Pag 47

De-Sidera sulle tracce del sentimento della mancanza

ANNALISA ROBBIANI

Psicologa, Consulente Sessuale

DE-SIDERA SULLE TRACCE DEL SENTIMENTO DELLA MANCANZA

Il campo del desiderio è immenso, sfaccettato, complesso al punto che risulta difficile racchiuderlo in una definizione. È materiale dell’animo, oggetto di interesse dei filosofi antichi, dei poeti, dei canzonieri prima ancora che degli psicanalisti. Da ex studentessa di liceo classico mi sono soffermata sull’etimologia della parola stessa, che per prima mi ha affascinata e avvicinata a questo concetto.

“Desiderio” deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino “sidus, sideris” (pl. sidera), stella “de-sidera”, da cui “desiderio”, significherebbe letteralmente, condizione in cui sono assenti le stelle, la mancanza delle stelle.

Il desiderio è il sentimento, la passione che ci mette in contatto con la mancanza.

Frutto della  sintesi di cognizione, affetto, volontà, trascendenza il desiderio al pari di una mappa, interna, orienta e guida i comportamenti di ricerca e azione nel mondo. E come tutte le funzioni complesse tale mappa si forma a partire dalla complessa interazione tra i vissuti, il contesto, e gli eventi interni ed esterni della vita di ciascuno di noi:  dalle informazione viscerali, dalla memoria corporea di ciò di cui si è fatta esperienza, dai propri “gusti”,  dalle immagini di ciò che è irraggiungibile e si può solo immaginare, è influenzato da ciò che ci sappiamo e ciò che non sappiamo, dall’educazione ricevuta, e non da ultima la società in cui viviamo che “norma” cosa è desiderabile e cosa non lo è. La definizione dell’oggetto del desiderio, le modalità e le dinamiche in cui questo si esprime sono profondamente connessi alla storia dell’individuo, e gli innesti teorici con le teorie psicologiche sono innumerevoli, dalle prime intuizioni di Freud, gli studi di Lacan fino alle più recenti evoluzioni della teoria dell’attaccamento.

Mappa e motore, il desiderio ha la capacità di muovere, attivare, l’organismo a  più livelli – cognitivo, emotivo e comportamentale, pensare ad un piatto fumante del proprio cibo preferito così come alla persona amata attiva immagini mentali fino a percezioni sensoriali – posso immaginare il profumo, i colori, sentirne il calore; produce, nell’assenza dell’oggetto, un’immagine mentale e un’attivazione fisica che è anticipatoria del Piacere che verrà provato nel trovarsi in presenza della persona, o del piatto. Intuizione peraltro ripresa nella celebre spot Campari “non è l’attesa del piacere essa stessa il piacere”?

Lo spazio del desiderio è dinamico, è vitale, è tensione e movimento verso, Thanapulos (2016) scrive, “Il desiderio ama il lutto perché è il lutto che lo fa nascere. La relazione di desiderio insegue la disponibilità dell’oggetto desiderato, vive in compagnia di un’esperienza luttuosa.” Il desiderio quindi si alimenta nella mancanza, questa mancanza crea lo spazio creativo dove l’oggetto desiderato può essere immaginato, pensato fino al momento in cui può finalmente essere raggiunto, toccato, gustato  …. e poi?

“il desiderio vive nel regime della metonimia, inseguendo, senza mai poterlo veramente afferrare, l’oggetto che sempre gli si sottrae.” (Lacan)

Ormai da più di qualche anno la letteratura, le ricerche in campo della psicologia ma anche e soprattutto le esperienze e i resoconti clinici rivelano e segnalano come le richieste con cui gli individui e delle coppie arrivano nei nostri studi abbiano sempre più di frequente come oggetto il  calo del desiderio; nella mancanza della mancanza il nuovo sintomo, “il male dei nostri tempi”. 

Questo fenomeno di riflesso si avverte anche nella cultura generale, nel linguaggio, nelle nuove parole; sempre più persone incontrano, utilizzano, si riconoscono sotto la categoria di “asessuali”, o ancor più nel

dettaglio, “demi-sessuali” e con queste si presentano a psicoterapeuti e sessuologi. Ultimamente, facendovi attenzione e porgendovi l’orecchio ho ritrovato come perfino nelle chiacchiere da bar di adulti, genitori ed educatori si sollevi con stupore e una certa vena di dispiacere un generale “questi ragazzi non sono più interessati al sesso!”.

“Ogni cultura produce le sue malattie” (Rifelli)

E così come l’uomo che abita ed anima anche il desiderio evolve all’interno della società in cui vive. 

Sono molti e spesso sottili i livelli e le differenze a cui è chiamato a fare attenzione chi si imbatte nel mondo del desiderio: dalla fondamentale distinzione tra il desiderio e il bisogno dell’Altro, alla differenza tra desiderio e desiderabilità. Molti di più gli interrogativi e le riflessioni se si allarga lo sguardo  a comprendere gli altri campi e domini dell’esistenza umana: quali sono le relazioni tra il desiderio ed il capitalismo e del consumismo? E quello della situazione storica e culturale? È all’interno di questa affascinante e sfaccettata cornice che le nuove generazioni di psicoterapeuti e sessuologi dovranno muoversi insieme alle persone che a loro si rivolgono, alla ricerca della sempre diverse e sempre uniche motivazioni che portano al non sentire più la mancanza della mancanza. 

Bibliografia e sitografia:

Ciaramelli, F., & Thanopulos, S. (2016). Desiderio e legge. Mursia.

Lacan, J. (1974). La direzione della cura ei principi del suo potere. Id., Scritti, Torino, Einaudi, 580-642.

Rifelli, G. (1998). Psicologia e psicopatologia della sessualità. Il mulino.

Desiderio