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Vaginismo a insorgenza in gravidanza: integrazione tra identità materna e identità sessuale

Raffaella Delmagno

Ostetrica con Laurea in Ostetricia – Laurea Magistrale in scienze Infermieristiche e Ostetriche

Vaginismo a insorgenza in gravidanza: integrazione tra identità materna e identità sessuale

Il vaginismo è una disfunzione sessuale caratterizzata da una contrazione involontaria dei muscoli del terzo inferiore della vagina che rende difficile o impossibile la penetrazione vaginale. È spesso associato a paura anticipatoria, evitamento e dolore. Nella classificazione diagnostica contemporanea questa condizione rientra nel disturbo da dolore genito-pelvico/penetrazione, che integra componenti muscolari, cognitive ed emotive.


Sebbene il vaginismo sia più frequentemente descritto come primario, cioè presente fin dall’inizio della vita sessuale, in alcuni casi può manifestarsi secondariamente in specifici momenti del ciclo di vita della donna, tra cui la gravidanza.
Durante la gestazione il corpo femminile attraversa importanti cambiamenti fisici e simbolici. Le trasformazioni corporee, le modificazioni ormonali e la progressiva costruzione dell’identità materna possono incidere sulla percezione del proprio corpo e sulla sessualità. La vita sessuale della coppia entra in una fase di riorganizzazione nella quale possono emergere paure, fantasie e rappresentazioni legate alla presenza del bambino. In questo contesto alcune donne possono sviluppare un aumento dell’ansia connessa alla penetrazione vaginale fino a manifestare una risposta difensiva muscolare riconducibile a un quadro di vaginismo secondario.
L’insorgenza del disturbo in gravidanza è generalmente multifattoriale. Tra i fattori più frequentemente riportati vi sono la paura di danneggiare il feto, il timore di provocare contrazioni uterine o aborto e la convinzione che la penetrazione possa essere pericolosa durante la gestazione. Quando queste credenze non vengono adeguatamente elaborate possono trasformarsi in meccanismi difensivi corporei, nei quali la contrazione muscolare assume una funzione protettiva.
A tali elementi si possono associare dinamiche psicologiche più profonde, come la difficoltà a integrare identità materna e identità sessuale. Durante la gravidanza può verificarsi una sorta di “maternalizzazione” del corpo erotico: il corpo della donna viene progressivamente investito di significati legati alla cura, alla protezione e all’accoglienza del bambino. Quando la dimensione materna diventa predominante, alcune donne possono percepire il corpo principalmente come spazio di protezione piuttosto che come luogo di desiderio e piacere. In questa prospettiva l’atto sessuale penetrativo può essere inconsciamente vissuto come un’intrusione nello spazio dedicato al bambino o come qualcosa di poco compatibile con la funzione materna.


Il vaginismo può quindi essere letto non solo come una difficoltà funzionale, ma l’espressione corporea di un conflitto simbolico tra due dimensioni identitarie fondamentali (il corpo erotico e il corpo materno) e assume anche una funzione protettiva: la contrazione muscolare rappresenta un modo attraverso cui la donna tenta di preservare l’integrità dello spazio percepito come materno.


All’interno di questo quadro la consulenza sessuologica assume un ruolo centrale. Un primo livello di intervento riguarda la psicoeducazione: fornire informazioni corrette sulla sessualità in gravidanza può contribuire a ridurre paure e credenze disfunzionali. Un secondo livello riguarda l’esplorazione dei vissuti emotivi della donna e della coppia che consenta di accompagnare la donna in un processo di rielaborazione dei significati attribuiti al corpo in gravidanza, favorendo la consapevolezza di come la dimensione materna e quella erotica possano coesistere senza necessariamente entrare in conflitto.
Il percorso di accompagnamento mira così a restituire continuità all’esperienza corporea e affettiva della donna, promuovendo una visione della sessualità come parte integrante della salute e del benessere anche durante la gravidanza.


Dal punto di vista clinico è fondamentale effettuare una valutazione differenziale accurata. Alcune condizioni associate alla gravidanza, come secchezza vaginale, infezioni o ipersensibilità vestibolare, possono determinare dolore nei rapporti e devono essere distinte da un vero quadro di vaginismo. La diagnosi richiede quindi uno sguardo integrato e multidisciplinare che consideri contemporaneamente corpo, dimensione emotiva e contesto relazionale.


Dal punto di vista operativo possono risultare utili interventi orientati alla consapevolezza corporea, al rilassamento del pavimento pelvico e alla progressiva riappropriazione della dimensione sensoriale del corpo. Parallelamente è importante favorire nella coppia una ridefinizione dell’intimità non esclusivamente centrata sulla penetrazione, riducendo la pressione prestazionale e valorizzando altre forme di vicinanza e contatto.


In conclusione, il vaginismo a insorgenza in gravidanza richiede un approccio integrato che unisca informazione, ascolto e lavoro corporeo. Un accompagnamento adeguato può aiutare la donna e la coppia a rielaborare le paure legate alla sessualità in gravidanza e a promuovere una maggiore integrazione tra dimensione materna ed erotica del corpo femminile.

Riferimenti bibliografici

Disturbi sessuali femminili legati al dolore: breve approfondimento

Francesca Bertolina

Medico specialista in Ginecologia e Ostetricia

Disturbi sessuali femminili legati al dolore: breve approfondimento

I disturbi correlati al dolore e all’ipertono del pavimento pelvico durante i rapporti sessuali rappresentano uno dei principali problemi di salute nelle donne di tutte le età.

I disturbi del dolore sessuale, dispareunia e vaginismo, ora classificati nel DSM-5-TR come un’unica entità denominata dolore genito-pelvico/disturbo della penetrazione (GPPPD), colpiscono circa il 14-34% delle donne più giovani e il 6,5-45% delle donne anziane (Meana, 2017)

Gli attuali criteri diagnostici del DSM-5-TR per il GPPPD includono difficoltà persistenti o ricorrenti con uno o più dei seguenti elementi per almeno 6 mesi e con conseguente disagio clinicamente significativo: (1) penetrazione vaginale durante il rapporto; (2) marcato dolore vulvovaginale o pelvico durante il rapporto vaginale o i tentativi di penetrazione; (3) marcata paura o ansia riguardo al dolore vulvovaginale o pelvico in previsione, durante o come risultato della penetrazione vaginale; e (4) marcata tensione o irrigidimento dei muscoli del pavimento pelvico durante il tentativo di penetrazione vaginale (American Psychiatric Association 2022).

L’eziologia della GPPPD è multifattoriale, in quanto fattori biologici, psicologici e relazionali interagiscono per perpetuare la risposta di dolore. Quella che inizialmente potrebbe essere una reazione nocicettiva adattativa derivante da un danno tissutale periferico può gradualmente trasformarsi in dolore neuropatico e/o infiammatorio in assenza di lesioni acute (Graziottin 2017).

Infatti, uno stato di infiammazione cronica dell’epitelio vulvare porta alla iperattivazione dei mastociti, alla sensibilizzazione e alla proliferazione delle fibre nervose nocicettive dell’area con conseguente dolore e ipertonicità riflessa del pavimento pelvico (Graziottin 2014).

Le pazienti provano dolore, paura del dolore, ansia e depressione e ciò può intensificare la percezione dolorosa (Desrochers 2009) oltre che inibire il desiderio e l’eccitazione sessuale (Graziottin 2014).

In termini psicodinamici, il vaginismo è una reazione globale di paura, la penetrazione sembra ridursi ai suoi soli significati aggressivi e violenti; la donna è consapevole del pericolo fantasticato e reagisce proteggendosi, trasformandosi in una fortezza. La strategia difensiva non si avvale solo del controllo vigile e della contrazione muscolare, ma anche dell’anestesia del piacere, vissuto come un impoverimento delle difese e un’occasione di pericoloso abbandono.

La dispareunia, pur ponendosi analogamente come difesa, ha radici intrapsichiche più profonde e il dolore che può comparire in assenza di rigidità muscolari non si accompagna, soprattutto all’inizio, alla consapevolezza del pericolo. Il dolore è una sorta di sorpresa che interrompe una risposta sessuale che poteva essersi avviata anche piacevolmente. Nel vaginismo la consapevolezza del pericolo sarebbe legata alla presenza del fantasma aggressivo in aree più accessibili alla coscienza, e la risposta difensiva pur essendo più globale ed esplicita è meno radicata di quella che si manifesta attraverso il dolore nella dispareunia (Rifelli and Rifelli 2010).

Anche il contesto culturale, educativo, sociale, relazionale e fisiologico della donna possono essere fattori che contribuiscono allo sviluppo di pensieri, emozioni e comportamenti alla base del GPPPD (Perez 2016) (Goldstein 2016).

La terapia del GPPPD prevede un approccio multidisciplinare e la partecipazione di più specialisti.

La terapia medica dovrebbe porsi l’obiettivo di eliminare tutti i possibili fattori scatenanti il sintomo doloroso e inibire la trasmissione dello stimolo doloroso a livello periferico e centrale (Graziottin and Murina 2011).

La fisioterapia del pavimento pelvico, mira invece alla presa di coscienza dei muscoli che lo compongono, al trattamento dell’ipertono muscolare, all’acquisizione di tecniche per il rilassamento muscolare attraverso l’utilizzo di diverse tecniche.

L’intervento psicoterapico è invece mirato alla presa di consapevolezza delle proprie emozioni, pensieri, comportamenti e dinamiche relazionali che partecipano allo sviluppo e mantenimento della DS. In particolare, la terapia mansionale integrata (TMI) di coppia o individuale è di per sé un trattamento multidisciplinare delle DS che permette di agire contemporaneamente dal punto di vista psichico e fisico. Nel caso di DS femminili, lo psicoterapeuta e il ginecologo intervengono contemporaneamente secondo tempistiche ben definite e complementari. Il trattamento segue gli schemi delle terapie sessuali brevi fondate sul concetto di desensibilizzazione “in vivo” del riflesso di contrazione muscolare utilizzando un approccio sia corporeo che verbale (Rifelli and Moro 1995).

Date le connessioni mediche, psicologiche, relazionali e culturali con l’esperienza del dolore in ambito sessuale, un approccio multidisciplinare è ottimale per ottenere l’impatto più efficace sui sintomi, sulla soddisfazione sessuale e relazionale e sulla qualità di vita.

Works Cited

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