13 - 01 - 2026

Federico Di Stefano

Psicoterapeuta

Stereotipi ed identità di genere

Secondo la Costituzione dell’OMS, l’obiettivo dell’Organizzazione è “il raggiungimento, da parte
di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute”, definita come “uno stato di totale
benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente come “assenza di malattie o infermità”.
La possibilità, quindi, per ogni individuo di accedere a un percorso di cura che assicuri non solo la
gestione della patologia organica, ma anche il raggiungimento di un benessere più profondo,
dovrebbe diventare un obiettivo centrale di ogni organizzazione sanitaria.
Una delle variabili che più incidono nell’aumentare la compliance terapeutica tra sanitario e
paziente e quindi nel garantire un maggior benessere percepito, è la qualità della relazione
interpersonale instaurata tra degente e curante. Come in ogni relazione interpersonale, diverse
variabili influiscono nel favorire o, al contrario, nell’ostacolare l’instaurarsi di una buona relazione
terapeutica. Tali variabili riguardano entrambi gli attori in gioco e includono, a titolo
esemplificativo, stereotipi personali, bias cognitivi e appartenenza etnica. Il nostro scopo non è
tracciare un’analisi esaustiva dei fattori coinvolti, ma riflettere su come questa dinamica, già
delicata per sua natura, risulti ancora più complessa per chi appartiene ad un gruppo sociale
potenzialmente target di discriminazione.
La riflessione parte dalla necessità di individuare modalità efficaci per favorire uno schema
interpersonale in ambito sanitario (ma non solo) capace di promuovere una relazione incentrata
sulla persona e sui suoi bisogni, con particolare riferimento alle persone transgender e di sessualità
non conforme. Il primo assunto da cui partire è il bisogno universale di accesso alle cure, trasversale
a ogni individuo, contrapposto allo stigma di cui le persone transgender sono spesso oggetto,
potenzialmente anche da parte del personale sanitario. Diventa quindi essenziale aumentare la
conoscenza delle interrelazioni tra sesso, identità di genere, espressione di genere e orientamento
sessuale, contribuendo così a decostruire stereotipi che potrebbero ostacolare una corretta presa in
carico della persona transgender.
Il sesso biologico, ovvero la conformazione biologica del corpo, è definito dal patrimonio genetico,
dai cromosomi sessuali, dagli ormoni (assetto endocrino), caratteri sessuali primari (gonadi maschili
e femminili) e dai caratteri sessuali secondari (peli, mammelle, grasso sottocutaneo, timbro della
voce etc. etc.) (Avellino, Bourelly, Carbone e Valerio; 2024); può rientrare in tre categorie
principali: maschio (XY), femmina (XX) e intersessuale, ovvero individui con un corredo genetico
che si manifesta con caratteristiche fenotipiche non congruenti con esso. L’identità di genere è la
percezione continua e persistente di sé stessi come donna, uomo o, nel caso delle persone non
binarie, come una combinazione di queste due dimensioni. È importante ricordare che l’identità di
genere è una componente dell’identità sessuale distinta dal sesso biologico, dall’espressione di
genere e dall’orientamento sessuale (Graglia, 2019). L’espressione di genere si riferisce ai
comportamenti e alle manifestazioni con cui una persona esprime la propria appartenenza di genere,
che possono essere conformi o meno alle aspettative sociali. L’orientamento sessuale, invece,
riguarda l’attrazione sessuale e affettiva verso altri individui. Sesso, identità di genere, espressione
di genere e orientamento sessuale sono quindi componenti distinte ma interconnesse, vissute
idiosincramente da ogni individuo.
La maggior parte delle persone sperimenta una congruenza tra il sesso biologico e l’identità di
genere, facciamo quindi riferimento agli individui cisgender (dal latino “cis”, che significa “al di
qua”). Al contrario, le persone transgender vivono un’incongruenza tra il sesso assegnato alla
nascita e la propria identità di genere. Gli acronimi AFAB (“assigned female at birth”) e AMAB
(“assigned male at birth”) indicano rispettivamente individui assegnati femmine o maschi alla
nascita, che possono identificarsi nel sesso opposto o in identità non binarie.
Ogni persona transgender vive la propria identità di genere in modo unico. Nel caso di
un’identificazione binaria, si utilizzano i termini FtM (female to male) e MtF (male to female) per
indicare la transizione rispettivamente da femmina a maschio e da maschio a femmina. Tuttavia,
questa classificazione non sempre cattura la complessità dell’esperienza personale, poiché alcuni
individui non si riconoscono in una dicotomia rigida tra maschile e femminile.
È importante sottolineare che la disforia di genere è stata derubricata da disturbo mentale e
riclassificata come condizione associata alla salute sessuale. Il passaggio terminologico da “disturbo
dell’identità di genere” a “disforia di genere” riflette il riconoscimento che l’incongruenza tra sesso
assegnato alla nascita e identità di genere non è di per sé una patologia, ma diventa clinicamente
significativa nel momento in cui provoca sofferenza personale (Graglia, 2019). Spesso, questa
sofferenza è dovuta alla mancata accettazione da parte della società o a episodi di transfobia.
Secondo le ultime statistiche, tra lo 0,6% e l’1,2% della popolazione adulta e tra il 1,2% al 9% degli
adolescenti si identificano come transgender o sperimentano una diversità di genere rispetto a
quello biologico (Sandri et all, 2024). Risulta quindi sempre più urgente interrogarsi su quali
strumenti sociali e istituzionali possano essere adottati per garantire un accesso ai servizi inclusivo e
rispettoso, in grado di tutelare il diritto universale alla salute. Devono pertanto essere approfonditi e
applicati strumenti amministrativi in grado di superare lo stigma sociale legato alle persone trans e
favorire percorsi di presa in carico rispettosi. A titolo esemplificativo dovremmo interrogarci su
quale terminologia utilizzare, come gestire l’accettazione amministrativa etc etc per non contribuire
a costruire e perpetuare un clima respingente e discriminatore. In seconda battuta risulterebbe
necessario promuovere una profonda riflessione personale da parte di ogni sanitario per interrogarsi
sui propri vissuti interni messi a confronto con una nuova o più accurata conoscenza delle variabili
legate all’identità di genere: solo dalla conoscenza può nascere un miglior approccio inclusivo.


BIBLIOGRAFIA
Pratica Sanitaria e Identità Transgender, M. Graglia, 2019; – Le differenze di sesso, genere e orientamento, M. Graglia, Carrocci Faber (Roma), 2019;
L’incongruenza di genere in adoloscenza, M. Graglia, Carrocci Editore (Roma), 2024;
L’incongruenza di genere e soggettività emergenti, A.Avellino, R. Bourelly, A. Carbone e P.Valerio,
Identità Transgender, Rivista di Sessuologia, n.1 Gennaio Giugno 2024, Scione Editore (Roma);
Le pratiche non mediche di affermazione di genere negli adolescenti: il binding ed il tucking, F.
Sandri, G.Bresciani, A. Roia, M. Carrozzi, P. Diana, B. Belluzzi, F. Corona, G. Tornese, Rivista di
Sessuologia, Identità Transgender
, n.1 Gennaio Giugno 2024, Scione Editore (Roma);