22 - 09 - 2026

Caterina Casolari

Psicologa

Disclosure nelle famiglie nate da PMA con donazione di gameti: evidenze, criticità e ruolo del clinico

Negli ultimi anni si è registrato un incremento significativo del ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), con un aumento del 33% nell’ultimo decennio (Rapporto annuale Istat 2025). Questo trend ha portato al centro del dibattito clinico ed etico il tema della comunicazione al figlio circa le modalità del concepimento, sollevando interrogativi fondamentali: è opportuno dirlo? Quando e come?

La questione assume particolare rilevanza nei casi di donazione di gameti. In Italia manca ancora una letteratura longitudinale ampia sul tema; le riflessioni attuali si basano su contributi derivati dalla letteratura sull’adozione, dall’inquadramento normativo post-2014, da evidenze internazionali e dall’esperienza clinica nei percorsi di accompagnamento alla PMA.

La scelta di non rivelare l’origine tramite donazione è spesso motivata dal desiderio di proteggere il figlio e preservare l’unità familiare. Studi qualitativi evidenziano come il segreto possa rappresentare una difesa rispetto a vissuti di fallimento, vergogna o ferita narcisistica legati all’infertilità. Tuttavia, la letteratura sistemica e sull’attaccamento mostra che i segreti familiari tendono a influenzare la comunicazione implicita, generando aree di non detto che possono incidere sulla fiducia e sulla coerenza narrativa.

Le ricerche indicano che la qualità della relazione genitore-figlio non dipende dal legame genetico, ma dalla sensibilità e dalla responsività dei caregiver. Il nodo clinico non è dunque la donazione in sé, bensì la sua integrazione simbolica e narrativa nella storia familiare.

Gli studi longitudinali degli ultimi due decenni convergono su un punto: i bambini informati precocemente tendono a integrare l’informazione senza evidenziare maggiori difficoltà emotive rispetto ai coetanei concepiti spontaneamente. Una comunicazione precoce, progressiva e adeguata all’età è associata a buoni livelli di adattamento psicologico.

In questo contesto è preferibile parlare di “narrazione” piuttosto che di “rivelazione”: il primo termine richiama un processo continuo e condiviso, mentre il secondo implica la scoperta di un segreto, con possibili connotazioni di vergogna. Al contrario, una disclosure tardiva, soprattutto se accidentale, può generare sentimenti di tradimento e compromettere la fiducia nei genitori.

Le linee guida internazionali raccomandano un orientamento verso l’apertura, intesa come processo evolutivo. Tra i fattori che favoriscono una comunicazione efficace vi sono: il timing precoce, un clima emotivo sereno, la coerenza tra i partner e un contesto culturale sufficientemente informato.

In un’ottica evidence based, il sessuologo clinico può intervenire in tre fasi principali. Nel counseling pre-PMA, esplorando significati attribuiti alla genitorialità non genetica, fantasie sul donatore e posizioni rispetto alla disclosure. Nella preparazione alla comunicazione, supportando i genitori nella costruzione di una narrazione adeguata all’età e nell’elaborazione delle emozioni sottostanti. Infine, nella gestione delle criticità, soprattutto nei casi di comunicazione tardiva o conflittuale.

Le evidenze indicano che una disclosure precoce e graduale rappresenta un fattore protettivo per lo sviluppo identitario e la qualità della relazione genitore-figlio. Non emergono differenze significative negli esiti psicologici dei bambini informati precocemente, mentre maggiori criticità sono associate al mantenimento del segreto o a rivelazioni tardive.

Permangono tuttavia limiti nella letteratura, spesso basata su campioni auto-selezionati e contesti culturali specifici. Sono necessari ulteriori studi longitudinali per approfondire il ruolo delle variabili culturali nelle scelte comunicative.

In conclusione, la disclosure nelle famiglie nate da PMA non è un atto informativo, ma un processo relazionale che coinvolge identità, appartenenza e fiducia. Il sessuologo clinico può svolgere un ruolo chiave nel facilitare decisioni consapevoli e nel sostenere la costruzione di narrazioni familiari integrate, con l’obiettivo non solo di prevenire il disagio, ma di promuovere relazioni solide e coerenti.

BIBLIOGRAFIA

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