21 - 04 - 2026

Caterina Amadori

Laurea in Psicologia – indirizzo Clinico e di Comunità -Educatore

“ Chi sono io “ – Identità di genere e disabilità

Definisco l’identità di genere con le parole della Dott.ssa M. Graglia: ”L’identità di genere, la percezione di essere donna, uomo o altro, è aspetto profondo dell’identità di ogni individuo in quanto tale determina come gli esseri umani percepiscono sé stessi e di conseguenza gli altri. Essendo parte fondamentale dell’identità che si forma fin dai primi anni di vita è strettamente legata, integrata con ciò che ciascuno di noi percepisce come “chi sono io”.
Di seguito, presento uno sguardo su come descrivono e spiegano INDENTITA’ DI GENERE un gruppo variegato di disabili.
Con il pretesto di descrivere un’immagine che viene presentata loro, raccolgo le diverse opinioni su identità maschile, femminile o altro.
Ho chiesto a soggetti affetti da disabilità cognitive e disturbi psichiatrici di descrivere cosa vedessero in questa immagine:

Mirella, 60 anni paziente psichiatrico, ha vissuto in strutture protette dalla maggiore età. Ha avuto qualche esperienza nel mondo del lavoro e ha frequentato per diverso tempo centri diurni dove si è relazionata con diversi tipi di disabilità cognitive, di varie età, con operatori, educatori infermieri e medici. Ragazza di bell’aspetto, seduttiva e socievole che alternava periodi di alterazioni psicotiche dove si chiudeva completamente al mondo e non si fidava di nessuno. Ora è una signora che ha raggiunto un suo equilibrio e le alterazioni di tipo psicotico sono di lieve entità. Ha una buona consapevolezza della realtà di se stessa e del mondo che la circonda. Le mostro l’immagine che lei descrive così:
“sono un uomo ed un donna, hanno i capelli diversi , i fianchi lei più pronunciati rispetto a lui e lui ha la muscolatura più grossa. Lui ha il pene lei la vagina e il seno. Io sono una donna anche se non bella e magra perché mi piace mangiare, con un carattere non tanto dolce e mi sono sempre piaciuti gli uomini. Sono una donna e per questo che mi piacciono gli uomini, però c’è libertà di scelta nelle preferenze e penso che fin da bambini si sa e si sente di avere preferenze e necessità diverse dalle mie. Purtroppo c’è razzismo e discriminazione nel mondo. Per me non è un problema se ad un uomo piacciono gli uomini ed ad una donna piacciono le donne e anche se un uomo decide di diventare donna”.
Parla di questi argomenti senza vergogna, dimostrando conoscenza dei termini e utilizzandoli nel modo adeguato e portando una sua propria opinione, un suo pensiero elaborato dentro di sé e nel tempo, concludendo che sentirsi uomo o donna viene da dentro indicando il suo petto con una mano.
Raccolgo altre quattro testimonianze da disabili con ritardo mentale di diversi livelli e successivi innesti di disturbi psichiatrici. Si notano delle differenze. I quattro non riescono o non vogliono nominare i genitali: nominare la vagina risulta più vergognoso del nominare il pene anche utilizzando dei nomignoli infantili, e in generale per rispetto ed educazione dicono che non si possono dire davanti a me in quanto termini vissuti come volgari e pari a parolacce. Per diverse volte durante il colloquio tre su quattro cambiano discorso, facendomi domande non attinenti l’argomento. Una signora invece ha fatto esempi tratti dalla sua vita per sottolineare ciò di cui stavamo chiacchierando (menomazione corporea dovuta a malattia, desiderio di essere nata uomo provato nel momento difficile e molto doloroso della prima mestruazione). A differenza di Mirella, gli altri quattro hanno legato l’identità alla biologia e all’orientamento sessuale (sono un uomo perché ho il pene e perché mi piacciono le donne). Da Tutti e quattro si evince come il loro pensiero sia un risultato di nozioni apprese, copiate da altri che derivano da consuetudini e sentito dire, per emulazione. In una dei pazienti, partendo da racconti ed esempi, siamo riusciti assieme a superare queste pre-definizioni e preconcetti che aveva imparato/copiato ed a esplicitare che non erano corretti e giusti per lei ( a primo impatto aveva detto che un uomo porta i pantaloni , la donna indossa le gonne; lei però non ha mai indossato una gonna da che ci conosciamo ed è riuscita a dire e dirsi che anche se indossa sempre i pantaloni, lei è una donna e che il concetto da lei detto prima era sbagliato e che l’abbigliamento non identifica l’uomo e la donna.
Restituendo le informazioni che ho raccolto possiamo dire che il livello cognitivo, il livello culturale che ne consegue, il livello di socializzazione e ancora più importanti le varie difese emotive che si alzano con questo argomento portano ad una incapacità importante di introspezione e bassa consapevolezza del proprio sentire. Risultano tanto radicati i pensieri appresi, copiati e ripetuti per abitudine, semplicità, convenienza. Penso però, che anche con la disabilità, una educazione sessuale di base può portare ad una migliore elaborazione del pensiero e del sentire su questi argomenti; può portare a galla ricordi, desideri e dubbi che a volte non sono in grado di esprimere. Solo con un colloquio ho raccolto informazioni,pensieri e sentimenti che in tanti anni di lavoro con loro non avevo mai colto e approfondito.

Bibliografia:

G. Rifelli – PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA DELLA SESSUALITA’, Scione Editore Roma
M. Graglia – LE DIFFERENZE DI SESSO, GENERE E ORIENTAMENTO – BUONE PRATICHE PER L’INCLUSIONE Carocci Faber
G. Castelli, P. Cereda, M.E. Crotti, A. Villa – EDUCARE ALLA SESSUALITA’- PERCORSI DI EDUCAZIONE ALLA VITA AFFETTIVA E SESSUALE PER PERSONE CON DISABILITA’ INTELLETTIVA FrancoAngeli